Roma, 4 mag 2012 - Risale al 1966 il desiderio di erigere una grande Moschea nella capitale della cristianità. L’idea nacque dalla necessità del Re dell’Arabia Saudita Feisal che, in visita a Roma, fu costretto, per la mancanza di un luogo adeguato, a pregare in una casa privata allestita a questo scopo. Per sopperire alle esigenze di culto della comunità islamica romana, quindi, il governo italiano acconsentì alla realizzazione di una Moschea, ad oggi la più grande d’Europa.
Dopo l’ottenuto consenso da parte di Papa Paolo VI, venne bandito un concorso dal quale furono selezionati due progetti: quello di Paolo Portoghesi e quello dell’iraniano Sami Musawi. Ai due architetti venne proposto di collaborare tra loro in modo che ognuno potesse contribuire con il suo personale stile alla realizzazione di un’opera unica. Paolo Portoghesi avrebbe quindi dovuto garantire l’adattamento della Moschea alla cultura architettonica occidentale, espressa a Roma soprattutto da quella rinascimentale e barocca, mentre Sami Musawi sarebbe dovuto essere il portatore d’istanze culturali della tradizione musulmana. Come si legge nell'epigrafe esterna, la realizzazione dell’intera costruzione ha richiesto più di vent'anni: la donazione del terreno fu deliberata dal Consiglio Comunale romano nel 1974, la prima pietra fu posta nel 1984 e l'inaugurazione avvenne il 21 giugno 1995.
Il dialogo professionale tra i due architetti non durò però molto e terminò definitivamente nel 1980 quando, dopo la caduta dello Scià di Persia, Musawi fu allontanato dall’Italia. Rimasto solo a sostenere l’impresa progettuale, Paolo Portoghesi dovette, innanzitutto, affrontare il problema della localizzazione topografica e poi quello riguardante l’altezza del minareto. Mentre la Moschea nei paesi musulmani, come la Chiesa in quelli cristiani, sorge nel cuore del centro abitato, per quella di Roma fu scelta una zona verde isolata dalla città, quella dell’Acqua Acetosa, per evitare che la costruzione emergesse come un “disturbo” nello skyline urbano della capitale. Riguardo la questione del minareto (unico al mondo a non avere altoparlanti), esso risulta abbastanza sproporzionato rispetto al corpo dell’edificio poiché, per condizione progettuale, non avrebbe dovuto superare l’altezza della cupola della Basilica di San Pietro.
Insieme al collega Vittorio Gigliotti, Portoghesi si preoccupò di trasferire a Roma, su una superficie di 30.000 m², le fattezze del luogo di culto arabo filtrato, però, dalla millenaria tradizione architettonica italiana. Come professore della Sapienza di Roma, Portoghesi insegna infatti (cattedra di Geoarchitettura) l’arte di costruire rispettando la storia e le tipicità dei luoghi nei quali si interviene. L’architetto è inoltre tra i massimi esperti del barocco romano e dell’opera di Borromini. Nel progetto della Moschea è difatti evidente anche l’ispirazione all’architettura barocca di Camillo Guarino Guarini (influenzato, a sua volta, dalla forma di alcune cupole di moschee come quella di Tlemcen) e Bernardo Antonio Vittone, per la leggerezza e luminosità.
Caratteristico della cultura islamica è l'impianto della sala a forma di prisma quadrato con copertura retta da pilastri, mentre italiani, romani nello specifico, sono i mattoni dalle tonalità paglierino delle facciate, il travertino e il peperino che servono da cornici alle finestre come pure il piombo che ricopre la copertura della cupola centrale. La prevalenza del blu dei mosaici della grande sala di preghiera, interamente realizzati da maestranze provenienti dal Maghreb, collabora a creare una condizione ideale per la spiritualità e il raccoglimento. Lateralmente rispetto l’ingresso due ampie scalinate portano ad altrettanti soppalchi che svolgono la funzione di matronei: spazi separati e dedicati alla preghiera delle donne.
La pianta dell’intero edificio nasce e si sviluppa dal matrimonio di due figure geometriche fortemente simboliche: il quadrato e il cerchio. Il primo rappresenta la terra con i suoi punti cardinali (l’Est e l’Ovest, dove sorge e tramonta il sole; il Sud e il Nord, punto di maggiore e minore di luce), mentre il secondo simboleggia il cielo e quindi tutta la sfera del divino. La costruzione è immersa nel verde, a stretto contatto con quella natura che per gli islamici è il principio della vita. Non a caso, l’impronta poetica di Portoghesi è palese proprio nei pilastri a forma di calice che si affastellano, come in una selva, all’interno degli spazi. Questa concezione strutturalistica si avvicina a quella delle cattedrali gotiche dove, i costoloni dei pilastri svettano fino al soffitto ricordando gli alberi di una foresta; in questo caso un intrico di palme: pianta sacra per i musulmani.
Altri esempi del dialogo tra Occidente e Oriente sono anche le gradonature a cerchi concentrici delle diciassette cupole della Moschea; una soluzione architettonica tipica del mondo arabo, ma che, ritroviamo a Roma in costruzioni come il Pantheon o la Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza. Le sedici cupole minori assieme a quella centrale hanno lo scopo di suggerire l’immagine cosmica del cielo e, per di più, ognuna è formata da sette cerchi concentrici che simboleggiano i sette cieli citati dal Corano.
È la Sura della luce lo spunto per lo studio dell’illuminazione della Moschea. In questo XXIV capitolo del Corano si descrive proprio l’importanza della luce, incidente e rifratta, nella sala di preghiera. Portoghesi, infatti, alleggerisce ogni elemento architettonico (pilastri, nervature e cupole) della propria materialità attraverso un processo di svuotamento. Tramite la fontana di marmo a cerchi concentrici l’acqua segna la via d’accesso alla Moschea e, come la luce, è un elemento simbolico molto forte per il mondo islamico e richiama alla purificazione. L’ampio uso dell’acqua ricorda, infine, sia Villa d’Este a Tivoli sia la Moschea di Granada o di Kashan, dove i percorsi d’acqua sembrano indicare la via per il fedele. L’intero complesso, infine, è fornito di diversi servizi come una biblioteca, una sala congressi, una scuola di lingua araba e fa parte del Tavolo Interreligioso istituito dal Comune. La Grande Moschea di Roma guarda perciò alla Mecca collaborando attivamente con varie realtà accademiche e culturali, italiane ed estere. L’avvenuto e costante dialogo con le diverse fedi e con la cultura occidentale è merito anche del progetto di Paolo Portoghesi che ha evidenziato con sapienza il desiderio di fondere elementi diversi mediante la capacità di accostare antico e moderno e, in questo caso, la tradizione d’oriente e occidente.
Renata Bellanova
Grande Moschea di Roma
viale della Moschea, 85
orari apertura: mer, sab: 9:00 - 11:30; lun - mar, gio - ven, dom: chiuso
Le visite sono sospese durante il Sacro Mese di Ramadan, durante le festività religiose musulmane, durante le festività italiane e nel mese di agosto.
tel. 06 8082258
fax 06 8079515
www.moscheadiroma.com
www.centroislamicoculturale.it
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