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L'Europa è unita, ma le università lo sono?

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Roma, 8 apr 2011 - Riforma universitaria. Bastano queste due semplicissime parole per scatenare il putiferio, i dibattiti televisivi e le manifestazioni studentesche. Ma se in questi anni la formula del 3+2 è stata al centro delle polemiche sia degli accademici che degli studenti, c'era ancora un argomento che resisteva alla critica: il fatto che la riforma avesse come obiettivo quello di rendere il sistema universitario più omogeneo in tutta Europa.

Oltre al programma di mobilità internazionale degli studenti, l'Erasmus, si è promossa l'idea che un titolo sia ad oggi valido in tutti i paesi, che il sistema di conversione dei voti sia uniforme, che il fatto che le facoltà prevedano per ogni anno di studio lo stesso numero di crediti renda maggiore la mobilità non solo degli studenti ma anche dei ricercatori e che ciò avrebbe portato la ricerca europea ad altissimi livelli. Quest'ultima doveva finalmente favorire i più bravi, che fossero spagnoli, italiani o francesi i centri dovevano garantire le borse agli studenti più meritevoli e la mobilità di almeno sei mesi in altre sedi all'estero per far sì che i ricercatori si abituassero a lavorare in cooperazione con altri enti europei.

Per raggiungere tale obiettivo si lavora dal 1999. Fu la famosa Dichiarazione di Bologna, l'Università più antica d'Occidente, a dare il via a questo processo, smontando un sistema universitario ormai consolidato in nome della nuova Europa, in nome del bisogno di creare uno "Spazio Europeo di Istruzione Superiore". Ma ad oggi è davvero così? Ne siamo sicuri? C'è un luogo in Europa dove molti italiani vivono, lavorano, pagano affitti e comprano beni, contribuendo in modo massiccio all'economia della regione, un luogo a cui molti italiani sono legati: la Catalogna. Barcellona, il suo capoluogo, dove si incontrano persone di ogni nazionalità, lingua e cultura sembra stia tentando di chiudersi in se stessa, di serrare le porte agli stranieri anche in campi fondamentali come quello della ricerca.

Infatti, non solo per lavorare a Barcellona è ormai considerato requisito fondamentale il saper parlare non il castigliano - lingua nazionale - ma quella locale - però ufficialmente riconosciuta dallo Stato - , il catalano; adesso si sono chiuse le porte anche ai ricercatori provenienti da altri paesi. La Catalogna nello scorso bando per l'attribuzione delle borse di ricerca ha fatto una scelta, quella di non premiare i ricercatori più meritevoli ma semplicemente quelli spagnoli. Nella pagina del bando di reclutamento del governo della regione catalana, si legge a chiare lettere che, secondo la risoluzione IUE/2644/2010, un ricercatore proveniente da università straniere può ambire massimo al voto di 3,5 su un sistema che va dall'1 al 4.

Ma perché uno studente di biologia italiano, inglese o francese, che dovrebbe avere i medesimi diritti in tutta Europa, vede la sua media decurtata di mezzo punto solo perché si è laureato nel suo paese? Fabio, 28 anni, laureato all'Università di Bologna con il massimo dei voti, che aveva concorso per il dottorato all'Università di Barcellona e che era già stato valutato idoneo dal direttore del dipartimento dopo un internato di sei mesi, si è visto negare la borsa di studio per un 0,01 di punteggio, grazie a questo sistema di conversione. Ma non finisce qui. Se in Italia ci si è adeguati alla riforma 3+2 per uniformità all'Unione Europea, in Spagna si è deciso di adottare il sistema 4+1 con il raggiungimento del medesimo numero di crediti finali previsti dall'Unione: 300.

E così molti ricercatori stranieri, soprattutto italiani, si trovano a dover spiegare agli impiegati delle segreterie catalane più e più volte che, anche se il titolo è diverso, il numero totale di crediti è il medesimo; che di conseguenza non hanno bisogno di fare un anno di master (per di più a pagamento) e che se loro calcolano soltanto la laurea - e non il master/specialistica - per l'attribuzione delle borse dovrebbero calcolare il numero di crediti corrispondenti, ovvero 240, senza privare gli studenti stranieri, che hanno un sistema 3+2, di un anno di studi e di 60 crediti. Ma soprattutto gli studenti stranieri in Spagna chiedono spiegazioni sul perché, se si ritiene il master/specialistica necessario per accedere alla carriera accademica, questo non venga poi calcolato fra i titoli. Ci sono i più accorti che cercano di far valere le ragioni del Trattato di Bologna, che ribadiscono il valore dell'abbattimento delle frontiere alle ricerche, della riforma universitaria, ma niente, alle obiezioni si sentono solo rispondere che "loro fanno così e che c'è scritto sul bando".

Il resto è imbarazzante silenzio.

Manuela Pirrone

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