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Natale sul fronte occidentale

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presepe25 dic 2011 –Buon Natale! Non si nega a nessuno un augurio natalizio. Sia per il mondo cristiano, sia per coloro che abitano nel mondo occidentale ma professano fedi che non contemplano il Natale, sia per chi non crede che vi sia qualcosa al di sopra dell’umano. Tutti uniti in una parentesi di gioia e frenesia, un trionfo di bonta’, sorrisi e allegro consumismo. La messa il 24 notte, il cenone natalizio, i regali aziendali, i dischi e i libri in uscita a dicembre, pronti per essere regalati. Il Natale contemporaneo presenta molte sfaccettature, alcune profondamente spirituali, altre tristemente materialiste. Si cadrebbe nella facile retorica esaltando le une o le altre. Ma, volendo riflettere cinque minuti su quale potrebbe essere il vero senso del Natale, si potrebbe rileggere una storia, che sembra favola ma accadde davvero, 98 anni fa, in Europa. In un articolo sul Washington Post  fu definita a Victory For Human Kindness, una “vittoria per il Genere Umano”. Ne riportiamo la versione proposta da Jeremy Rifkin nel suo recente libro “La civilta’ dell’empatia”:

Fiandre, sera del 24 dicembre 1914. La prima guerra mondiale sta entrando nel suo quinto mese. Milioni di soldati sono rintanati in trincee malamente scavate nelle campagne di mezza Europa. In molti punti del fronte gli eserciti avversari sono schierati a poche decine di metri di distanza, a portata di voce. Le condizioni di vita sono infernali: il freddo gela le ossa; le trincee sono allagate; i soldati condividono lo spazio angusto con ratti e parassiti; in mancanza di latrine adeguate, gli escrementi sono sparsi dappertutto; gli uomini dormono in piedi, per evitare di sdraiarsi nel fango putrido; i cadaveri dei soldati uccisi rimangono a decomporsi nella “terra di nessuno”, a poche decine di metri dai compagni sopravvissuti, che non possono recuperarli e dar loro dignitosa sepoltura.

Mentre le tenebre calano sul campo di battaglia, accade qualcosa di straordinario. I soldati tedeschi accendono le candele sulle migliaia di minuscoli alberi di Natale che sono stati inviati al fronte per offrire conforto ai combattenti, e cominciano a cantare canti di Natale: per primo Astro del ciel, poi molti altri. I soldati inglesi sono sbigottiti: uno di loro, affacciatosi oltre il bordo della trincea, dice che le linee nemiche illuminate sembrano “le luci della ribalta di un teatro”. E rispondono con un applauso, dapprima timido, poi sempre piu’ scrosciante. Poi cominciano a intonare le loro canzoni come replica ai canti dei nemici tedeschi, che li applaudono  a loro volta.

Alcuni uomini di entrambi gli schieramenti sgusciano fuori dalle trincee e attraversano la terra di nessuno, avvicinandosi al nemico. Centinaia li seguono. La voce si diffonde per tutto il fronte, e migliaia di uomini escono dalle trincee. Si scambiano strette di mano, sigarette, dolci. Si mostrano l’un l’altro le foto dei propri cari. Si raccontano dei luoghi da dove vengono, ricordando i Natali passati. Si scambiano battute sull’assurdita’ della guerra. La mattina dopo, quando il sole natalizio sorge sui campi di battaglia europei, centomila uomini stanno conversando tranquillamente fra loro. Solo ventiquattr’ore prima erano nemici, ora si aiutano a seppellire i compagni caduti.

Le cronache del tempo registrarono anche numerosi incontri di calcio improvvisati. Perfino gli ufficiali di prima linea parteciparono all’evento, ma quando la notizia giunse agli alti comandi nelle retrovie i generali assunsero una posizione assai meno tollerante. Temendo che quell’atmosfera natalizia potesse minare la voglia di combattere dei loro sottoposti, presero immediati provvedimenti per far rientrare le truppe nei ranghi”.

Uno storico canadese, a commento di questa vicenda, ha notato come negli anni seguenti di guerra il nemico divenne qualcosa di sempre piu’ astratto. E non si possono scambiare cortesie con una astrazione.

Riconoscere l’umanita’ in ciascuno di noi, e nell’altro, sentendolo come parte di noi, e non come altro da se’, riconoscere come umano anche chi crediamo nemico, o emarginato, o diverso da noi. Forse e’ questo il senso del Natale, il senso dell’essere umani. Con l’augurio che arrivi il giorno, in cui non ci siano piu’ generali ad ordinare di riprendere a combattere, perche’ non ne abbiamo mai avuto voglia, e soprattutto non sappiamo veramente per chi, e per cosa, ci fanno combattere.

FFB

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