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Contaminazione e tradizione a “Ritratti di poesia”

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Roma, 30 gen 2012 – "Ritratti di poesia", la manifestazione poetica organizzata dalla Fondazione Roma e da Inventaeventi al Tempio di Adriano, per la cura di Vincenzo Mascolo, è arrivata, giovedì 26 gennaio, a tagliare il traguardo della sesta edizione. La formula rimane sostanzialmente invariata, senza accusare segni di stanchezza: al mattino, uno spazio riservato ai giovani, questa volta con il precocissimo poeta Luca Manes e Maria Grazia Calandrone; poi il saluto di Emmanuele F. M. Emanuele, Presidente della Fondazione Roma, la consegna del Premio Fondazione Roma – Ritratti di Poesia, quest’anno andato a Pier Luigi Bacchini; la sezione riservata alle case editrici e alle riviste che si occupano di poesia; le letture e gli incontri con i poeti italiani e stranieri (assente purtroppo, per gravi motivi familiari, Jorie Graham, Premio Pulitzer per la poesia 1996); infine, in serata, il collegamento musica-parole con l’intervista-concerto di un grande cantautore italiano, ed è stata la volta, dopo Roberto Vecchioni e Lucio Dalla, di Francesco De Gregori.

Mariangela_GualtieriDove sono le novità? Anzitutto nella personalità e nella poetica dei singoli autori presentati, naturalmente, ma anche in tanti piccoli dettagli. E questo è un tratto della sensibilità di Mascolo, l’organizzatore: la capacità di valorizzare il dettaglio. La “contaminazione” tra le arti si è spinta, in questa sesta edizione, fino al teatro, con Mariangela Gualtieri, poetessa e drammaturga, fondatrice, insieme a Cesare Ronconi, del Teatro Valdoca, scrittrice, e questo è importante, di versi per il teatro. D’altronde spunti teatrali prepotenti contengono anche la poesia patafisica di Paolo Albani, affascinato dai personaggi bizzarri, dal legame tra poesia e pazzia, e quella, drammatizzata, della poetessa-regista Irma Immacolata Palazzo, così come l’interpretazione coinvolgente della poetessa-attrice Luigia Sorrentino. L’attenzione verso la figuratività si è estesa verso la ritrattistica fotografica: ha senso ritrarre un poeta? Che cosa ci dice della sua profondità? Senza la lettura, nulla o poco. Con la lettura, molto: ed ecco che Valerio Magrelli o Maria Luisa Spaziani o Milo De Angelis o Elio Pecora o Guido Oldani, tra gli altri, emergono, nei ritratti di Dino Ignani, in più completa e salda umanità.

Questa “contaminazione” può spingersi fino alla scienza? Il Premio assegnato a Pier Luigi Bacchini impone la risposta affermativa: “Quando il  mio vagito / ha echeggiato nella stanza a fiori/ lacerando il respiro/…E cellule / ricordavano tutto: il liquido / del grande ventre oceanico / il suo deporsi / nell’ombelico d’argilla. Un istinto mnemonico, / di carne, / che risuona nell’orecchio del verso”. E dal canto suo l’irachena Dunya Mikhail risponde con un “teorema”, che supera di molto la fredda razionalità, aprendosi a coinvolgere altre sfere: “…se due parallele sono tagliate da una trasversale (la tensione) / i loro angoli alterni sono uguali (per teorema) / quindi siamo congruenti (due figure sono congruenti se i loro / angoli sono uguali) /  e insieme formiamo una circonferenza (due archi congruenti / formano una circonferenza) / quindi ci incontriamo nell’assenza…”.

Dunya_MikhailIl 26 era la vigilia della Giornata della Memoria e questa coincidenza non poteva essere dimenticata in una rassegna di poesia. La poesia infatti dopo Auschwitz resta possibile, proprio come riconquista, doverosa (e purtuttavia sincera), come riscatto della dignità e dell’umanità: Ugo Pagliai, leggendo dalla raccolta La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Belforte, Livorno 2009), ha reso, con un’interpretazione struggente ma pudica, il dramma dei morti, dei sopravvissuti, degli eredi, di noi tutti che, in quanto uomini del nostro tempo, non possiamo sentirci intatti da quell’orrore (“Ho fatto un sogno / un sogno terribile: / non c’è il mio popolo, il mio popolo / non c’è più. / Gridando mi sono destato / Ahimé! Ahimé! / Quel che ho visto in sogno / davvero mi è accaduto! “Ah, Dio Altissimo!” / invoco tremante: / a quale scopo e perché / il mio popolo è morto?”, Yitzhak Katzenelson, 1943, dal campo francese di Vittel).

Infine, un tratto è sembrato accomunare molti dei poeti intervenuti: il rifarsi alla grande tradizione del più antico passato greco-latino; e del resto anche la riappropriazione degli spazi del teatro e dei contenuti della scienza da parte della poesia si inquadra forse nel medesimo contesto. Guido Linguaglossa radica la sua poetica nella definizione aristotelica di uomo, la manìa di Platone è citata da Irma Immacolata Palazzo nel richiamare l’arte di Pessoa, l’ispirazione di Dunya Mikahil è nata dalle recitazioni di favole di Esopo fatte dalla nonna sul letto del tetto della casa (“senza libro”), l’irlandese Bernard O’ Donoghue mescola la tradizione delle short-stories della County of Cork con Virgilio nel commovente apologo di amore fraterno e morte di Ter conatus (“…Three times, like that, he tried to reach her / But, being so little practised in such gestures, / Three times the hand fell back, and took its place, / Unmoving at his side. After the burial, / He let things take their course. The neighbours watched / In pity the rolled-up bales, standing / Silent in the fields, ... / ... and wondered what he could / Be thinking of: which was that evening when, / Almost breaking with a lifetime of / Taking real things for shadows, / He might have embraced her with a brother's arms.”).


“La cultura non si mangia”, ha detto qualcuno. Ma nutre. 

Luca Bruzzese

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