Roma, 6 giugno 2012 - Pechino chiude l'accesso in Tibet a scopi turistici, a seguito dei numerosi arresti per le ultime agitazioni della popolazione e in concomitanza con un festival molto seguito dagli stranieri, notizia ANSA delle ore 12.13. E anche questo è oggi il Tibet. Un paese chiuso, che si può immaginare, ma non visitare. Solo e condizionato dalle scelte di un tiranno chiamato Cina.Il convegno “Lavoro e globalizzazione: i diritti umani in Cina e Tibet” tenuto in Campidoglio e promosso dal consigliere comunale Ugo Cassone (PdL), racconta proprio oggi la perpetua ondata di violenza e soprusi contro un popolo che da anni subisce la condanna a morte da parte di un paese occupante e volutamente cieco, capace di muoversi unicamente sotto la spinta del profitto e delle regole più folli di produzione.
Racconta la Presidente Tienchi Martin-Liao, dell'Independent Chinese PEN Centre, di quanto sia impensabile e grave tutto il silenzio che circonda i fatti tibetani e di come questo comportamento rappresenti esso stesso una forma di brutalità inammissibile. La condizione economica odierna vede sempre più invadente un'offerta cinese senza eguali. Inutile cercare di contrastare la potenza di un paese che vive della schiavitù e dell'insensata perdita di qualunque diritto umano. Incredibile vedere le immagini e sentir parlare, nel pieno del terzo millennio, di LAOGAI, veri e propri campi di lavoro in cui di diritti umani non si parla, in cui lo sfruttamento è l'unica legge possibile. Ancora più di mille campi e milioni di persone schiave, come afferma Toni Brandi, Presidente di Laogai Research Foundation Italia Onlus.
L'Europa e gli Stati Uniti vivono sotto lo schiaffo di un ricatto sempre più dissennato, da cui dipende una sopravvivenza a costo altissimo dell'intero sistema occidentale. Forte di un sistema che arricchisce una ristretta cerchia benestante, la Cina si fa aggressore indifendibile, capace di lasciare anche i propri cittadini nella povertà più estrema, lontani da qualsivoglia forma di assistenza educativa e sanitaria soprattutto. Un paese che ancora vive nell'assenza di diritti civili, privo di libertà di stampa, idee e pensiero. Un'assurdità accettata però dai cosiddetti paesi industrializzati.
Claudio Cardelli, Presidente dell'Associazione Italia-Tibet da anni attiva con progetti di solidarietà, si è invece soffermato sulla situazione in Tibet, drammatica. Si vive sotto un'occupazione durissima, cui rispondono proteste e sacrifici umani: 38 le persone che si sono tolte la vita nell'ultimo anno per far sentire il proprio grido di dolore e di condanna.
Emozionante l'intervento di Lukar Sham, Presidente del Gu Chu Sum Movement of Tibet. Prigioniero politico anch'egli, si fa portavoce della causa dei detenuti tibetani, ancora migliaia, spesso uccisi dal carcere oppure costretti alla fuga quale unica via possibile. Una richiesta di aiuto diretto e chiaro a tutti i paesi, al mondo intero nel quale ripone la massima fiducia.
Il convegno riporta dunque l'attenzione su un tema caldissimo ma tuttavia spesso lasciato da parte, come i diritti umani. Pur sembrando anacronistico parlare ancora di opportunità e diritti, risulta però necessario lottare per un'uguaglianza civile non raggiunta. La Cina è riuscita ad impossessarsi delle potenzialità di tanti, a costruire una rete produttiva espressione vincente di un'economia spietata. Capace di prendersi interi mercati e di farlo sulla pelle di centinaia di persone massacrate, cui viene a mancare per primo il diritto alla vita e alla dignità, diviene la parte trionfale di un concetto di profitto che nulla ha a che vedere con il comunismo, ma piuttosto unicamente con uno spietato meccanismo dittatoriale. Lo stesso che proprio vent’anni fa, nella notte tra il 4 e il 5 giugno 1992, fece migliaia di morti a piazza Tienanmen.
Elisa Suplina







