Roma, 16 gen 2012 - Genio è parola che oggi, insieme a tante altre, tende ad essere abusata. E' uno dei tanti termini che traiamo dal mondo contadino che secoli addietro ci ha caratterizzati: viene da "genium" cioè da seme, ed è appunto il gene immutabile su cui si basa la crescita di una pianta. E' il principio che ci caratterizza. E' il seme, l'indole, la predisposizione, insomma ciò per cui i nati tondi non potranno morire quadrati. E' quello che – nel bene e nel male – abbiamo di nostro prima di incontrarci e scontrarci con diritti, doveri e convenzioni della società. E' ciò che può rendere un talento anacronistico rispetto al proprio contesto.
Genio è il termine che meglio descrive Enrico Fermi, uno che sentì sempre forte dentro di sé il germe della propria straordinarietà, tanto da crederci sempre e sempre assecondare la propria natura. Il 29 settembre 1901 nacque a Roma, città dove il padre, piacentino, pochi anni addietro aveva trovato impiego e moglie. Crebbe inseparabile col fratello maggiore Giulio, che morì giovanissimo in seguito a un banale intervento che oggi sarebbe stato di ordinaria amministrazione e che nel 1915 non lo era affatto. Enrico frequentò uno dei licei "storici" della capitale, il Pilo Albertelli a Porta Maggiore. Alla fine delle superiori, dedicò l'estate della maturità a prepararsi al difficile accesso alla "Normale" di Pisa, che superò alla grande e di cui divenne uno degli elementi più brillanti. Si laureò a tempi di record con la lode e vinse due borse di studio in successione per andare a studiare fisica prima a Gottinga e poi a Leida. Ha solo ventitre anni quando si mette in testa di concorrere per una cattedra universitaria. Prova a Firenze, ma va male. Allora tenta a Cagliari, ma l'esito è lo stesso. Non si arrende, e in questo caso si può veramente dire che per lui, chiusa una porta (anzi due), si aprì un portone.
E il portone era quello di via Panisperna, cioè della prima cattedra di fisica teorica a Roma, ambiente che lui trasformò in una bottega in continua osmosi di idee e che
per un lungo periodo fu il centro più attivo e fecondo in materia. Ora mancavano a Fermi solo – si fa per dire – due riconoscimenti: quello del regime fascista (che dal '22 aveva preso possesso dell'Italia) e quello dell'Europa a consacrarlo il numero uno. Arrivarono entrambi, a distanza di dieci anni l'uno dall'altro. Nel marzo del '29 si iscrisse al Partito Nazionale Fascista e Mussolini lo nominò membro della prestigiosa Accademia d'Italia, che raccoglieva tutte le più grandi "intellighenzie" nazionali, tra cui Pirandello, Marconi, Marinetti, Mascagni, D'Annunzio. Mussolini capì che Fermi poteva portare molto, in termini di prestigio, al Partito e all'Italia. E allora investì molto su di lui, tanto da concedergli anche un grosso finanziamento per realizzare un congresso in cui si radunavano i più grandi scienziati mondiali e da cui si sarebbero sviluppati grandi contributi, quali ad esempio quelli dell'esistenza di neutrini e neutroni. Da qui presero le mosse i suoi studi sul 'nucleo' e sul potenziale elettrostatico, che lo condussero a formulare la teoria della radioattività artificiale, alla base del nucleare che, nel dicembre del '38, gli fruttarono il Nobel per la fisica. Già all'inizio di quell'anno aveva chiesto più volte altri fondi per portare avanti le ricerche, ma stavolta Mussolini non se lo filò affatto. Lui, per tutta risposta, nella cerimonia di consegna del prestigioso premio a Stoccolma, si presentò in elegante frac e non in uniforme fascista, e anche il saluto non fu quello classico che il duce avrebbe voluto ma una semplice stretta di mano con il Re svedese al momento della nomina.
Non ripassò dall'Italia, ma volò diretto negli Stati Uniti, che gli aprirono le porte seppur con un paradosso: chi entrava negli States doveva sottoporsi a un piccolo test che doveva garantire una non infermità mentale e una minima cultura di base. Fu così che dovette rispondere a banali quesiti sulle moltiplicazioni (come "3x3") e sulle addizioni (come "17+42"), lui che era già stato insignito del Premio Nobel per la Fisica. Fermi restò lontano da Roma e dall'Italia per il resto della propria vita, anche dopo il crollo del fascismo e la fine della seconda guerra mondiale. Morì di cancro a Chicago, nel '54, che aveva appena compiuto cinquantatre anni. Il suo genio, come tutti i geni, rivoluzionò il campo in cui si applicò. Per quanto riguarda l'ambito della scienza, bisogna sempre guardare al suo impatto sull'uomo. In questo caso, fu con i suoi studi che resero possibile, tra le altre cose, la bomba atomica.
Ettore Majorana, altro genio, siciliano e introverso, faceva parte del gruppo di "Via Panisperna". Nel '38 sparì nel nulla, secondo alcuni per suicidarsi in un viaggio in mare, secondo altri per farsi frate in gran segreto. La teoria condivisa è che si sia eclissato per aver ben compreso a cosa quelle scoperte scientifiche avrebbero un giorno portato l'umanità.
Edoardo Bellafiore
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