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musica e spettacoli - teatroMarco Cassini, regista esordiente con La porta sul buio26/01/2010 Roma, 26 gen 2010 - E' alla sua prima regia teatrale importante. Ma Marco Cassini, classe 1986, ha già la presenza creativa e riflessiva di un direttore di scena navigato. Unita all'entusiasmo spontaneo di un ventenne rapito dalle sue ambizioni, che giudica "clamorosa" qualunque osservazione appena fuori dall'ordinario e si infervora a spiegare la logica dei suoi metodi e delle sue idee.
Come nasce il tuo interesse per la regia teatrale? A 18 anni, con la mia prima direzione: un riadattamento di Nôtre Dame de Paris realizzato con alcuni ragazzi della parrocchia. C'è da dire che la mia vera grande passione è il cinema. In America ho cominciato a scrivere due sceneggiature, che tengo nel cassetto. Però il teatro mi è sempre sembrato più facile da fare: meno tecnico, con meno fasi di preparazione, più immediato. In teatro tutto risiede nell'energia che c'è sul palco. Però all'inizio ho dovuto superare un pregiudizio sui classici: mi sembravano troppo ridondanti, prosopopeici. Lavorando con Placido ne Le tre sorelle mi sono reso conto che non lo sono affatto. Tra i grandi testi e il pubblico si crea spesso una barriera. Io ho voluto abbattere quella barriera: rendere il teatro, anche quello alto, più diretto, concreto. Come lavori per riuscirci? Usi un metodo particolare?
Certo. Mi sono ispirato molto all'Angelo sterminatore di Buňuel. La storia di un gruppo di borghesi che si riunisce per una cena ma che alla fine della serata non riesce ad uscire dal salotto nonostante la porta sia aperta. Surrealismo allo stato puro! Ma ho preso anche da Woody Allen, soprattutto i dialoghi serrati. Come hai scelto gli attori per lo spettacolo? Sono miei amici, hanno studiato al Centro di Cinematografia. Ho scelto il protagonista maschile, Piero Cardano, perché ha un'energia molto simile alla mia. Avevo pensato, in un primo momento, di poter recitare io. Poi ho preferito concentrarmi sulla regia, fare una sola cosa ma bene. E per il ruolo della co-protagonista ho preso la sua fidanzata. All'inizio del lavoro ho detto a entrambi: "Pensate ai momenti in cui state davvero bene insieme ... ecco, dimenticatevene! Da adesso in poi voi vi odierete, non farete che litigare!". E loro ci sono riusciti benissimo. Penso che sia il gruppo a fare lo spettacolo. È sempre l'equipe che va avanti. Certo, lavorare con persone che si conosce facilita il compito, ma non mi piacerebbe avere sempre lo stesso gruppo. Sarebbe rassicurante, ma cambiare ti permette di sperimentare cose nuove. La porta sul buio è una riflessione su quello che di incerto c'è nella nostra vita ma che noi non vediamo. Perché hai scelto di dare una soluzione al giallo, nel finale? Di rivelare cosa c'è dietro la porta? E chi ti dice che quello che alla fine vedi dietro la porta sia quello che c'è realmente? Anche questa è una nostra convinzione personale, non possiamo essere certi che sia esatta. Come vedi il futuro dei giovani che, in Italia, studiano per lavorare nel cinema o nel teatro? Male. Consiglio a tutti di andarsene all'estero, dove c'è più meritocrazia che in Italia. Qui c'è mafia ovunque. Fino ai casting ufficiali va tutto bene, la selezione avviene sulla base delle capacità individuali. Ma poi subentra un altro casting, quello degli "amici di" e dei "figli di". Ormai mi sembra una situazione irreversibile, non vedo come il sistema possa cambiare.
La porta sul buio
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